Per la Festa di san Matteo, patrono della Guardia di Finanza, il vescovo mons. Nazzareno Marconi, ha celebrato stamane alle 9, la Santa Messa nella chiesa di Santa Croce a Macerata. Di seguito la sua omelia:
Autorità civili e militari, rappresentanti delle istituzioni, carissimi finanzieri in servizio e in congedo, familiari e amici della Guardia di Finanza, rivolgo a tutti voi il mio più cordiale e deferente saluto e, insieme, la mia gratitudine per la presenza a questa celebrazione, nella quale la comunità della Guardia di Finanza si raccoglie attorno al proprio Patrono, San Matteo.
Quest’anno sono ben 252 anni dalla fondazione del Corpo, una lunga storia, fatta di uomini e donne, di sacrificio, di servizio, di responsabilità, di momenti difficili e di importanti conquiste. Una storia che merita di essere ricordata non soltanto con orgoglio, ma anche con senso di responsabilità, perché chi riceve una grande eredità è chiamato a custodirla e, nello stesso tempo, a consegnarla al futuro.
E proprio San Matteo ci offre, oggi, una chiave preziosa per comprendere questo modo di vivere la propria storia.
Matteo è conosciuto innanzitutto come l’uomo che, dalla sua attività di pubblicano, viene chiamato da Gesù: «Seguimi». E Matteo si alza e lo segue. Ma Matteo è anche uno dei quattro evangelisti. E nel suo Vangelo troviamo una caratteristica particolarmente significativa.
Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
È una frase importante. Il Vangelo di Matteo ci presenta infatti Gesù non come colui che cancella semplicemente ciò che lo ha preceduto, ma come colui che riconosce il valore della storia, della tradizione, della fede ricevuta e la conduce verso un compimento nuovo.
È un insegnamento che possiamo applicare anche alla nostra vita.
La tradizione, infatti, non è qualcosa che ci viene consegnato perché la conserviamo immobile. È una responsabilità che ci viene affidata perché sappiamo riconoscerne il valore, custodirne l’essenziale e, proprio per questo, avere il coraggio di andare avanti.
Questo vale per la fede, ma vale anche per il servizio professionale.
E qui, cari finanzieri, San Matteo sembra parlarci in modo particolarmente diretto.
Voi appartenete a un Corpo con una storia lunga 252 anni. Una storia che non è fatta soltanto di date, di uniformi, di regolamenti e di tradizioni. È fatta soprattutto di persone che hanno servito altre persone, di uomini e donne che hanno creduto nel proprio dovere e lo hanno svolto spesso lontano dai riflettori, con discrezione e sacrificio. Questa è l’eredità che avete ricevuto. Ma proprio perché siete fedeli a questa eredità, non potete limitarvi a ripetere ciò che è stato fatto ieri.
Il mondo cambia. Cambiano l’economia, le tecnologie, i modi con cui si commettono gli illeciti, le forme della criminalità, le esigenze della società. E allora essere fedeli alla propria storia significa anche saper innovare, saper imparare, saper utilizzare strumenti nuovi, saper affrontare problemi nuovi con quella stessa serietà e quello stesso senso del dovere che hanno caratterizzato chi vi ha preceduto.
Non si tratta di scegliere tra tradizione e innovazione. Si tratta, piuttosto, di fare ciò che insegna S. Matteo: custodire ciò che vale e portarlo a compimento.
E c’è un’altra parola del Vangelo che vorrei consegnarvi oggi. È la parola con cui Gesù chiama Matteo: «Seguimi». Matteo era un uomo che aveva un mestiere, una posizione, una vita già impostata. Eppure, davanti a quella chiamata, comprende che il proprio cammino può prendere una direzione nuova.
Anche il vostro servizio, cari finanzieri, è fatto di chiamate quotidiane. Non necessariamente grandi e solenni. Molto spesso sono chiamate semplici: fare bene il proprio lavoro; essere corretti quando nessuno ci controlla; rispettare la persona che si incontra; mantenere fermezza senza perdere umanità; cercare la verità senza lasciarsi condizionare; ricordarsi che dietro una pratica, un controllo, un accertamento, una divisa, ci sono sempre persone e la loro dignità.
È in queste cose concrete che una professione diventa veramente un servizio.
E allora la festa del Patrono non è soltanto una ricorrenza da celebrare. È un momento per chiederci se siamo ancora capaci di ascoltare quella parola: «Seguimi». Se siamo capaci di rinnovare ogni giorno le ragioni profonde per cui abbiamo scelto di servire lo Stato e la comunità.
Affidiamo dunque a San Matteo tutti voi, cari finanzieri: chi oggi indossa la divisa e chi l’ha indossata nel passato; le vostre famiglie, che condividono con voi sacrifici e responsabilità; e quanti, nelle diverse realtà del Corpo, sono chiamati ogni giorno a garantire legalità, giustizia e tutela del bene comune.

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