È andato in scena venerdì 30 ottobre (con replica sabato), al Teatro Pergolesi di Jesi, Don Pasquale, il celebre capolavoro comico di Gaetano Donizetti, presentato in una nuova produzione realizzata in collaborazione con la Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara e la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova.
Sul podio Danila Grassi, alla guida del Time Machine Ensemble, mentre la regia è stata affidata a Italo Nunziata. Il cast era composto da Bruno Taddia nel ruolo di Don Pasquale, Daniele Terenzi in quello del dottor Malatesta, Francesco Lucii come Ernesto e Nikoletta Hertsak nei panni di Norina. Il soprano ucraino era affiancato dal Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, diretto da Pasquale Veleno. Completavano l’allestimento le scene di Michela Costa, i costumi di Simone Dalla Venezia e il disegno luci di Oscar Frosio e Luca Asioli.
Prima dell’inizio dello spettacolo, le maestranze del teatro hanno voluto far sentire la propria voce, entrando in scena per manifestare il loro dissenso. Nella giornata di venerdì era infatti stato proclamato uno sciopero nazionale e i lavoratori, pur avendo scelto di garantire il proprio servizio per consentire la rappresentazione, hanno voluto richiamare l’attenzione sulle difficili condizioni del settore. Da anni si riconosce, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, il ruolo fondamentale del teatro e dello spettacolo dal vivo nella vita culturale del Paese. La parola «cultura» ricorre frequentemente nei discorsi istituzionali e politici, ma troppo spesso a questo riconoscimento non corrispondono interventi concreti, mentre continuano a pesare tagli, precarietà e difficoltà occupazionali per chi lavora nel settore. Una protesta significativa, che ha ricordato al pubblico quanto sia importante non dimenticare le persone che, dietro le quinte, rendono possibile ogni rappresentazione.
L’allestimento di Italo Nunziata propone una lettura ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta, con una particolare attenzione alla trasformazione sociale e generazionale che caratterizzò quel periodo.
L’idea visiva che sostiene l’intero spettacolo è particolarmente interessante e si sviluppa attraverso una progressiva trasformazione cromatica. All’inizio, l’ambiente di Don Pasquale è dominato da una rigorosa alternanza di bianco e nero. Anche i pannelli delle quinte, gli arredi e gli abiti dei personaggi contribuiscono a creare un’atmosfera monocromatica, elegante ma piuttosto rigida.
Il protagonista viene presentato come proprietario dell’Autosalone Corneto, in un ambiente borghese e moderno. Il dottor Malatesta, che in questa lettura registica è anche un chirurgo plastico, si presenta con il camice bianco: un particolare che lascia intendere come Don Pasquale si sia rivolto a lui anche con il desiderio di recuperare un aspetto più giovane.
La stessa Norina viene introdotta in un ambiente di lavoro perfettamente riconoscibile: un salone da parrucchiera, con alcune clienti sotto i caschi per la messa in piega, bigodini e parrucche esposte. Un quadro vivace, che contribuisce a caratterizzare immediatamente il personaggio e il suo mondo, già visivamente distante da quello del protagonista.
Nel secondo atto, il trasferimento di Ernesto in un ambiente che richiama New York, con tanto di skyline proiettato sul fondale, amplia ulteriormente il riferimento a un immaginario moderno e internazionale. Anche i costumi contribuiscono a definire questo passaggio: Ernesto indossa un abbigliamento giovanile, con bomber verde, maniche bianche e scarpe sportive, in netto contrasto con l’eleganza più tradizionale di Don Pasquale.
Particolarmente significativa è la scena del matrimonio tra Don Pasquale e Norina. Quest’ultima entra in scena con un abito nero e un cappello a larghe falde, un’immagine quasi monacale, che sembra richiamare un mondo di rigore e austerità. Ma, una volta concluso il rito e firmato l’atto nuziale, Norina si libera di quell’abito, rivelando un vestito rosa a fantasia bianca. È proprio da questo momento che comincia la rivoluzione cromatica destinata a coinvolgere progressivamente tutto l’ambiente e tutti i personaggi.
Nel corso del secondo atto, infatti, i pannelli inizialmente in bianco e nero si riempiono di colore, la nuova servitù imposta da Norina indossa abiti vivacissimi e alcuni costumi richiamano persino le composizioni geometriche e colorate di Piet Mondrian.
Nel terzo atto il cambiamento è ormai completo: anche Don Pasquale si ritrova vestito con colori decisamente più accesi, mentre gli arredi e gli abiti dei personaggi restituiscono un’atmosfera pienamente anni Sessanta, vivace e pop.
Il passaggio dal bianco e nero al colore rappresenta uno degli elementi più interessanti della regia. Come ha spiegato lo stesso Nunziata, il colore è l’effetto visibile di una trasformazione più profonda: quella che negli anni Sessanta investì la società, con le novità, il fermento e la spinta al cambiamento portati soprattutto dalle giovani generazioni. La rivoluzione cromatica della scena accompagna dunque quella dei personaggi e, soprattutto, il progressivo sgretolamento del mondo chiuso e conservatore di Don Pasquale, incapace di comprendere fino in fondo le aspirazioni e la vitalità dei giovani.
È proprio questo uno degli aspetti che rende ancora attuale l’opera di Donizetti: dietro il meccanismo comico degli inganni, dei travestimenti e delle situazioni paradossali, si nasconde un confronto tra generazioni, tra mentalità differenti e tra il desiderio di conservare un ordine ormai superato e la necessità di aprirsi al cambiamento.
Sul versante musicale, la direzione di Danila Grassi ha offerto una lettura complessivamente interessante e dinamica della partitura donizettiana. I tempi sono risultati per lo più ben calibrati, con una buona attenzione alla varietà delle situazioni teatrali: da una parte i momenti più delicati e sentimentali, dall’altra le situazioni buffe, i dialoghi serrati e le scene d’insieme, nelle quali il ritmo teatrale e la vivacità dell’azione assumono un’importanza fondamentale. La direttrice ha saputo assecondare questa alternanza, lasciando spazio sia alla dimensione più lirica sia a quella brillante e concitata, senza perdere di vista il carattere teatrale dell’opera.
Il cast ha fornito un’ottima prova complessiva, con interpreti che hanno saputo affrontare con efficacia e personalità i rispettivi ruoli, pur con qualche differenza nelle caratteristiche e nella resa vocale dei singoli.
Nikoletta Hertsak, soprano ucraino nel ruolo di Norina, si è distinta per la facilità degli acuti, luminosi e ben proiettati, e per una buona padronanza delle agilità. La sua interpretazione ha acquistato progressivamente vivacità nel corso dell’opera, accompagnando efficacemente la trasformazione del personaggio da giovane donna apparentemente ingenua a protagonista sicura e intraprendente della vicenda.
Interessanti anche le prove di Bruno Taddia e Daniele Terenzi, rispettivamente Don Pasquale e Malatesta. Le loro voci, differenti per colore ma entrambe adatte ai rispettivi personaggi, hanno trovato una buona corrispondenza con le caratteristiche teatrali dei due ruoli. Particolarmente riusciti alcuni momenti d’insieme e i passaggi più virtuosistici, nei quali entrambi hanno potuto mettere in evidenza le proprie qualità. Per Don Pasquale si è apprezzata soprattutto la vivacità interpretativa, anche se talvolta alcune libertà esecutive e certe inflessioni vocali sono risultate un po’ marcate, soprattutto nei passaggi più esposti.
Francesco Lucii, nei panni di Ernesto, ha affrontato un ruolo particolarmente impegnativo sul piano lirico. La sua interpretazione è risultata corretta, anche se la voce, per caratteristiche di volume e proiezione, è apparsa talvolta meno incisiva rispetto a quella degli altri protagonisti, soprattutto nei momenti in cui l’orchestra assumeva maggiore consistenza sonora. Un aspetto che ha reso meno immediata la percezione di alcune sue intenzioni espressive, pur senza compromettere l’equilibrio complessivo dello spettacolo.
Nel complesso, dunque, una compagnia che ha saputo degnamente sostenere le esigenze vocali e teatrali di una partitura tutt’altro che semplice, nella quale agilità, precisione ritmica e capacità attoriali devono necessariamente procedere insieme.
Il Don Pasquale di Jesi ha proposto una lettura visivamente coerente e riconoscibile, trovando nel passaggio dal bianco e nero al colore la propria chiave interpretativa più interessante. Una trasformazione che accompagna quella dei personaggi e che restituisce, attraverso il linguaggio della scena, il contrasto tra un mondo conservatore e la vitalità delle nuove generazioni.
Una serata che ha restituito al pubblico il carattere brillante e la leggerezza del capolavoro donizettiano, accompagnandolo attraverso un allestimento che ha saputo valorizzarne soprattutto la dimensione teatrale e il suo spirito di rinnovamento.

Share via
Copy link