Nella Sala Macchi della Basilica di Loreto, si è svolto ieri il convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Marchigiana in vista della visita del Patriarca Bartolomeo I.
Cattolici, ortodossi e protestanti si sono confrontati sulla figura di Maria e sul mistero dell’Incarnazione.
Un incontro tra tradizioni cristiane diverse, unite dalla comune contemplazione del mistero dell’Incarnazione. È stato questo il filo conduttore del convegno “La Madre del Verbo incarnato e la Santa Casa”, promosso dalla Conferenza Episcopale Marchigiana – Santuario della Santa Casa, con la partecipazione del Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche.
Un appuntamento che rappresenta anche un’importante tappa di avvicinamento alla giornata di lunedì, quando Loreto accoglierà Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, che procederà alla benedizione dell’icona della Santa Madre di Dio. L’icona, realizzata in un monastero bizantino da un autore anonimo, è stata esposta durante il convegno e rappresenta uno dei simboli più significativi dell’incontro tra la tradizione cristiana orientale e quella occidentale.
È conosciuta come “Platitera”, “colei che è più ampia dei cieli”, espressione che richiama Maria come colei che contiene Cristo, colui che i cieli non possono contenere. Nell’immagine compare anche l’iscrizione latina “Hic Verbum caro factum est”, “Qui il Verbo si è fatto carne”: una presenza che richiama la centralità dell’Incarnazione e che, attraverso il latino, stabilisce un ulteriore punto di contatto con la tradizione occidentale.
Ad aprire i lavori è stato monsignor Fabio Dal Cin, delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa, che ha salutato i presenti e i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane intervenuti, sottolineando il carattere particolare dell’appuntamento.
La Santa Casa, ha ricordato Dal Cin, è un “pezzo di Terra Santa” fuori dalla Terra Santa, un luogo che appartiene all’intera cristianità. Loreto si distingue dagli altri santuari proprio perché è il Santuario dell’Incarnazione, chiamato a custodirne la memoria. Da oltre sette secoli, ha sottolineato, la cristianità preserva qui la memoria viva della presenza di Maria così come viene raccontata dai Vangeli.
Un carattere universale ribadito anche da monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata e presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, che ha posto al centro del proprio intervento il significato dell’incontro alla vigilia della visita del Patriarca Bartolomeo I.
La Santa Casa richiama una realtà che supera i confini geografici: l’Incarnazione, attraverso la quale Dio entra nella storia dell’uomo per aprire la strada alla comunione con Lui. È questo, secondo Marconi, il fondamento dell’identità cristiana, quella fede che confessa Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, morto e risorto.
Le differenze teologiche e le divisioni che hanno segnato la storia del cristianesimo non cancellano dunque il centro comune della fede. Proprio l’Incarnazione può rappresentare, ha sottolineato il vescovo, un terreno fecondo per il dialogo ecumenico.
Maria, con il suo “eccomi”, diventa il luogo umano nel quale Dio si manifesta. Da qui la necessità di riscoprire, in una prospettiva ecumenica, un patrimonio di fede condiviso dalle diverse confessioni cristiane.
L’ecumenismo, ha ricordato Marconi, richiede preghiera, conoscenza reciproca, approfondimento teologico e una predisposizione del cuore all’apertura. Da qui l’invito alle Chiese a offrire una testimonianza comune e autentica di fronte alle sfide di un presente incerto.
A seguire è intervenuto monsignor Rocco Pennacchio, arcivescovo metropolita di Fermo, che ha assunto anche il ruolo di moderatore del convegno. La sua riflessione ha preso le mosse da una considerazione di Papa Giovanni Paolo II sulla Santa Casa come icona del mistero dell’Incarnazione.
Il Santuario mariano, nella prospettiva proposta da Pennacchio, è contemporaneamente teologia, vocazione all’ecumenismo e luogo della venerazione popolare. Riflettere su Maria in chiave ecumenica rappresenta inoltre una delle eredità del Concilio Vaticano II, che nella Lumen gentium presenta Maria come Madre di Dio e della Chiesa.
Il primo relatore è stato monsignor Piero Coda, segretario generale della Commissione teologica internazionale e consultore del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani.
Coda ha aperto il proprio intervento definendo una grande gioia la possibilità di essere a Loreto, soffermandosi quindi sulle parole con cui si apre il quarto Vangelo: il Verbo di Dio che si fa carne. Una frase, ha spiegato, dalla profondità “abissale”, capace di trasmettere il cuore stesso della fede cristiana.
Nell’umile icona della Santa Casa, secondo Coda, giunge l’invito a contemplare proprio questo mistero. L’esperienza degli iconografi, ha osservato, testimonia una dimensione nella quale l’artista è guidato dallo Spirito, mentre a Loreto la fede si è espressa nei secoli anche attraverso la pietà popolare, che ha accolto e illustrato una rappresentazione viva della fede.
L’icona diventa così una “porta regale sull’invisibile”, mentre lo sguardo del credente viene rivolto verso uno spazio simbolicamente collocato tra cielo e terra.
La riflessione si è quindi concentrata sulla famiglia di Nazareth. Coda ha invitato a immergersi nei “sì” di Maria e Giuseppe, nella loro disponibilità ad accogliere il progetto di Dio. La famiglia di Nazareth, ha spiegato, costituisce un mistero nel quale Dio rivela il proprio amore, mentre il rapporto tra Maria e Giuseppe mostra come l’amore autentico lasci sempre spazio all’altro.
Richiamando i Vangeli di Luca e Matteo, Coda ha quindi posto l’accento sul concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo e sulla dimensione trinitaria che attraversa il mistero dell’Incarnazione.
L’icona lauretana diventa così anche una profezia, un invito alla contemplazione di Cristo affinché il Verbo possa continuare a vivere nella carne umana, non soltanto in Cristo ma anche in coloro che sono chiamati a diventare parte del suo corpo.
In questo percorso Maria rappresenta il modello del discepolo: colei che conserva nel cuore gli eventi e li custodisce nella fede. Giuseppe, attraverso la propria obbedienza, mostra invece come mettere la libertà al servizio di Dio.
Riconoscere Maria come Madre della Chiesa significa, per Coda, riconoscere anche l’importanza di una fede capace di generare legami. La sua umiltà è stata descritta come una sorta di “calice vuoto”, pronto ad accogliere la grandezza di Dio.
L’invito conclusivo è stato quindi quello di mettersi “alla scuola di Maria”, per imparare a conoscere Gesù vero Dio e vero uomo.
La prospettiva orientale è stata approfondita da padre Luca Santoro, presbitero della Sacra Arcidiocesi Ortodossa in Italia e segretario dell’Istituto Teologico Ortodosso Santa Eufemia.
Al centro della sua relazione, la figura della Santa Madre di Dio, la Theotokos, nella storia e nella tradizione ortodossa.
Santoro ha ricordato il contesto storico legato alla liberazione di Costantinopoli dall’assedio degli Avari e dei Persiani nel 626. In quel contesto nasce la tradizione dell’Inno Akathistos alla Madre di Dio, uno dei grandi capolavori della liturgia, della poesia e della teologia cristiana, condiviso dalla tradizione bizantina e da quella cattolica.
Il termine greco Akáthistos significa letteralmente “non seduto”, richiamando la tradizione secondo cui il popolo di Costantinopoli rimase in piedi durante la notte per cantare l’inno in rendimento di grazie per la liberazione della città.
La riflessione si è quindi spostata sui grandi concili ecumenici che hanno definito il ruolo di Maria nella fede della Chiesa, in particolare Efeso nel 431 e Calcedonia nel 451.
Lo sviluppo della teologia mariana, ha spiegato Santoro, è inseparabile dalla cristologia e dalla soteriologia: parlare di Maria significa infatti parlare del mistero di Cristo, il Verbo che assume la forma umana per condurre l’umanità alla salvezza.
Nel mistero dell’Incarnazione, ha concluso, nessuna comunità cristiana può porsi al centro. È il mistero di Cristo a costituire il centro comune.
Una prospettiva storica e iconografica è stata offerta da padre Giuseppe Santarelli, sacerdote cappuccino e direttore della Congregazione Universale della Santa Casa di Loreto.
Partendo da una relazione dell’antico scrittore Giacomo Ricci, Santarelli ha ricordato come nelle prime testimonianze relative alla venerazione nella Santa Casa non fosse ancora al centro l’attuale celebre statua lignea della Vergine, ma un’immagine dipinta su tavola, una rappresentazione della Vergine con il Bambino di stile bizantino.
Un elemento che potrebbe trovare un ulteriore riscontro nell’ipotesi, riportata dallo stesso Ricci, di una possibile relazione dell’opera con la tradizione iconografica legata all’evangelista Luca, che nella tradizione cristiana orientale viene ricordato anche come autore di immagini della Vergine.
La riflessione ha così riportato l’attenzione sulla dimensione iconografica della Santa Casa e sulla presenza, nella storia di Loreto, di un linguaggio artistico profondamente legato alla tradizione cristiana orientale.
A chiudere gli interventi è stata la dottoressa Viviana De Marco, docente di teologia dogmatica presso l’Istituto Teologico Marchigiano, che ha affrontato il tema della visione protestante di Maria, partendo dai cinque sola della Riforma.
Nel corso della relazione è stato ricordato uno scritto del riformatore tedesco Martin Lutero, risalente al 1521, nel quale Maria viene presentata con particolare profondità spirituale come modello di un’umanità autentica.
Maria, nella lettura proposta attraverso Lutero, vive alla luce del solo Dio, al quale attribuisce ogni cosa. Non si inorgoglisce, ma continua a vivere la propria vocazione di madre con un cuore semplice e puro.
Particolare attenzione è stata dedicata al rapporto tra Maria e lo Spirito Santo. Nel Magnificat, la Vergine parla ammaestrata dallo Spirito: accogliere questo dono significa anche viverlo e farlo proprio.
Mettersi alla scuola di Maria significa quindi, nella prospettiva protestante illustrata da De Marco, mettersi alla scuola dello Spirito.
Lutero presenta Maria come esempio nitido della grazia e della grandezza di Dio: attraverso di lei la grazia diventa tangibile. L’umiltà mariana non è semplicemente una virtù, ma la forma di una persona che si lascia riempire dalla grandezza divina.
Maria, ha sottolineato De Marco, non è in concorrenza con Cristo, ma ne è il riscontro. La sua fede si manifesta nello svuotamento di sé fino al compimento dell’opera del Figlio sulla croce.
Il convegno ha così riunito prospettive differenti, cattolica, ortodossa e protestante, attorno a una figura che continua a occupare un posto centrale nella riflessione cristiana: Maria, la Madre del Verbo incarnato.
Proprio la diversità degli approcci ha mostrato come la riflessione sulla Vergine possa diventare anche uno spazio di incontro. La Santa Casa, luogo che da secoli custodisce a Loreto la memoria dell’Incarnazione, si presenta così ancora una volta come un possibile ponte tra Oriente e Occidente.
Un percorso che troverà il suo momento culminante lunedì, con l’arrivo del Patriarca ecumenico Bartolomeo I e la benedizione dell’icona della Santa Madre di Dio. Un gesto che si inserisce in un cammino ecumenico nel quale, al di là delle differenze storiche e teologiche, le diverse tradizioni cristiane sono chiamate a tornare insieme al cuore della propria fede: il Verbo che si è fatto carne.
