Alle 6.30 di stamattina il Pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto ha cominciato la variopinta spettacolare discesa di Montereale, fino al catino del Bramante. Sul sagrato della Basilica, il vescovo di Loreto, Fabio Dal Cin (“I vostri passi sono stati passi di pace e di preghiera”), quello di Macerata, Nazzareno Marconi, di Fano, Andrea Andreozzi, di Ancona, Angelo Spina e monsignor Giancarlo Vecerrica. Che ha ricordato a tutti che fra due anni ci sarà il cinquantenario.
Stimate 70mila presenze all’edizione 48 del cammino di cui si ridorderanno alcune testimonianze toccanti. Davide ha ventidue anni. È uno studente universitario di Milano. Lo scorso ottobre, senza un motivo, cinque coetanei lo hanno aggredito e lo hanno condannato su una sedia a rotelle. In tribunale ha abbracciato i suoi aggressori e li ha perdonati. In Medio Oriente, a Gaza, la piccola comunità cristiana ha vissuto mesi durissimi, in condizioni per noi impossibili da immaginare. Eppure resta e prega. Nel Donesk, in Ucraina, la comunità cristiana testimonia la sua fede e la sua carità operosa dentro una guerra logorante, senza uno spiraglio di tregua. Il mondo, come sempre, partecipa al Pellegrinaggio da Macerata alla Santa Casa di Loreto. Vi partecipa sì con le lacrime e il sangue di cui è impastato, ma con un valore aggiunto: quel bene che la fede cristiana riconosce e testimonia in ogni circostanza, anche quelle che appaiono senza via di uscita. E in questa ottica acquista significato un particolare dell’arrivo della fiaccola della pace allo stadio: il tedoforo, circondato da tredici compagni di viaggio, quest’anno era un giovane africano del Ghana, Nurdeen Yussif, impegnato nella Caritas del suo Paese. Nel suo messaggio di saluto, Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, aveva scritto che «in un mondo segnato dalle divisioni e dalla guerra, l’incontro con uno sguardo che afferma il bene dell’altro, è un evento che fa riaffiorare la speranza e fiorire la pace. Per questo, il contributo più grande che siamo chiamati a dare è costruire la Chiesa seguendo il Papa, perché lo sguardo di Cristo, che ci ha raggiunto e ci ha attratto, possa essere incontrato anche da altri».
Di Davide Cavallo, della sua aggressione, del suo abbraccio a chi lo ha gravemente ferito si è tanto parlato. Ieri sera, allo stadio di Macerata, la sua voce registrata ha commosso le migliaia di persone presenti, soprattutto quando si è augurato di venire al Pellegrinaggio, in un prossimo futuro, sulle sue gambe. Davide si è meravigliato del vespaio di polemiche e delle accuse che gli sono state rivolte per come si è comportato con chi gli ha fatto del male. «Mi hanno preso per matto – ha detto – e qualcuno mi ha invitato a smetterla di agire come se fossi Gesù Cristo». «E perché non dovrei comportarmi come Lui? – si è chiesto – Come Lui ci ha insegnato. L’ho fatto perché il mio cuore voleva essere aperto; era quello che sentivo, che una voce mi diceva di fare». Una fede così, semplice e coraggiosa, Simone Tropea, giornalista di 33 anni, l’ha vista in Terra Santa e fra le macerie di Gaza. Tre anni fa era andato a Gerusalemme. Veniva via dalla guerra in Ucraina, “stanco di morte e di menzogna”, e si è trovato nel vortice del 7 ottobre e della Striscia. «Sono stati anni di dolore, di violenza, di rabbia e di paura». In quei luoghi ha visto di tutto: la sofferenza innocente dei bambini, le famiglie distrutte, le comunità provate oltre ogni limite umano. Eppure, anche in quelle terre martoriate ci sono dei “segni luminosi”. Simone ne ha indicati tre. Uno è il cardinal Pizzaballa, «non un potente che domina la scena, ma un pastore che porta sulle spalle la ferita della sua gente. E lo fa senza cedere alla disperazione, senza cercare parole facili, senza smettere di annunciare Gesù Cristo». L’altro segno di speranza, Simone l’ha colto in Mona Maron, prima cristiana araba alla guida di un’università israeliana. «La sua testimonianza mostra che la presenza cristiana in Terra Santa non sia soltanto una realtà da proteggere. È anche una presenza capace di costruire, di formare, di aprire spazi di dialogo, di abitare il futuro». E poi i movimenti giovanili, soprattutto quelli di ispirazione mariana. «Questi anni a Gerusalemme – ha concluso il giovane giornalista – mi hanno insegnato che la Terra Santa è un luogo reale, duro, spesso doloroso, è l’unico luogo in cui Dio poteva incarnarsi. Perché il cristianesimo non nasce fuori dalla storia, in uno spazio protetto. Nasce dentro una terra attraversata da poteri iniqui, violenze e speranze. Nasce dalla carne. Nasce dalla Croce”.
Mons. Maksym Ryabukha, vescovo greco cattolico-ucraino, esarca di Donetsk, ha raccontato della devozione alla Vergine Maria che sostiene la vita e la fede della gente di quelle terre. Un sacerdote, don Alessandro, che non ha mai voluto lasciare la regione contesa, due mesi fa, venne costretto dai russi ad attraversare un campo minato: un passo indietro e l’avrebbero fucilato. Promise alla Vergine che avrebbe insegnato a tutti a renderle lode, se fosse riuscito a salvarsi. Scampato miracolosamente alle insidie, ben presto, come spesso capita, del voto si dimenticò. Lo scorso maggio, glielo ha ricordato la Vergine stessa, quando il suo vescovo lo ha spedito ad accompagnare nel Donetsk la peregrinazione della statua della Madonna di Fatima. Passando di parrocchia in parrocchia, don Alessandro ha sciolto finalmente il suo voto. «Oggi – ha detto mons. Ryabukha – ciascuno di voi è un testimone di Maria, un testimone dell’affetto materno, della sua cura, della sua presenza nella nostra vita. Dobbiamo essere figli che non solo accolgono l’affetto materno, ma lo condividono». «Vi chiedo una preghiera per la martoriata Ucraina – ha concluso il vescovo – e per quelli che sono bisognosi di vedere la pace di Cristo».
Con queste testimonianze di bene, si sono messe in cammino, ieri sera, le migliaia di persone del 48° Pellegrinaggio da Macerata a Loreto. Allo stadio erano arrivate con centotrenta di pullman da tutta Italia, uno anche dall’estero. Una corriera, con una vistosa croce bianca in campo rosso sulle fiancate, ha fatto scendere cinquanta svizzeri, ordinati e accessoriati, con i loro bravi bastoncini di nordic walking d’ordinanza. Un ingresso tranquillo e disciplinato, ordinato da una parte dei milleduecento volontari mobilitati, che ha fatto affluire i pellegrini sul campo da gioco e sulle gradinate. Dentro lo stadio, canti, podcast, musica classica, gente che si confessava sul manto verde, anche dopo anni di lontananza dalla pratica religiosa. Dall’Helvia Recina sono partiti in migliaia. Durante la Messa, preceduta dal telegramma del Papa, il cardinal Baldassarre Reina, vicario di Roma, ha ricordato che il mondo riconoscerà i cristiani «dal loro essere operatori di pace, di giustizia, di libertà nella grande messe del mondo». «Nella quale messe – aveva detto poco prima il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi – i cristiani debbono, come Natanaele, guardare i fatti e leggere i segni dei tempi alla luce della fede». In prima fila, autorità civili e militari, esponenti politici e del mondo imprenditoriale. Il sindaco Sandro Parcaroli, appena rieletto, ha fatto gli onori di casa magnificando lo stadio rimesso a nuovo.
Il cammino nella notte, accompagnato da canti e dalla recita del santo Rosario, è stato punteggiato dai “luminosi flambeaux” dei racconti di coloro ai quali l’incontro con la fede cristiana ha cambiato la vita, fino a guarire le loro infermità o renderle più sopportabili: Rosa di Bologna, don Roberto di Vicenza, Camilla di Matelica, Rosa di Pescara, Patrizia di Lesina, Eliana di Betlemme, Giovanna di Reggio Emilia, Patrizia di Como. È stato ricordato anche don Carlo Casati di Milano, grande amico del Pellegrinaggio, morto quest’anno.
