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Protesta pacifica di cinquanta ristoratori ad Ancona contro l’ultimo Dpcm: “Vogliamo lavorare!”

Protesta pacifica di cinquanta ristoratori ad Ancona contro l’ultimo Dpcm: “Vogliamo lavorare!”

Siamo qui, siamo a terra, siamo numerosi, coraggiosi, pacifici si, ma determinati, noi siamo quelli che ogni giorno si rimboccano le maniche. Ma di fronte a questa tragedia, purtroppo, non basta. E’ questo il manifesto che accomuna i cinquanta imprenditori che questa mattina hanno protestato contro l’ultimo DPCM rispondendo alla chiamata di Confcommercio Marche-Fipe che ha organizzato una protesta pacifica ad Ancona all’ombra del monumento del Passetto. Un luogo che si è prestato perfettamente alla protesta silenziosa di ristoratori, baristi, operatori delle sale da ballo, stabilimenti balneari e indotto di questo mondo variegato e importante. Gli imprenditori, vestiti di nero, si sono disposti sui gradoni del monumento ed hanno mostrato alcuni cartelli dove sono stati riportati degli slogan di richiamo alle categorie e alla volontà di continuare a lavorare e a fare impresa. Il via ufficiale è stato dato dalle note di un trombettista che ha intonato il silenzio ed ha poi chiuso la manifestazione con l’inno d’Italia. Tra i due momenti musicali la protesta silenziosa e i brevi interventi del Direttore Confcommercio Marche prof.Massimiliano Polacco, presente assieme al Presidente Confcommercio Marche Centrali dott.Giacomo Bramucci, e del Presidente Fipe-Confcommercio Marche Centrali, nonchè chef stellato, Moreno Cedroni. “Il nostro obiettivo non sono gli indennizzi – ha detto Cedroni –, noi vogliamo lavorare, vogliamo lavorare! #siamo a terra economicamente e moralmente e l’ulteriore imposizione della chiusura alle 18.00 è una vera e propria mazzata. E’ incomprensibile, una decisione insensata dato che si poteva benissimo arrivare almeno alle 22 e tranquillamente alle 23”. Il Direttore Polacco ha poi ricordato il peso del settore nelle Marche: “Le imprese interessate sono più di 8.000, con 13.500 dipendenti donna e 9843 uomini. Quasi 40 mila persone tra imprenditori e dipendenti sono a rischio e si pensa ad un 20% di chiusure con un importante impatto sull’occupazione. Già è stato perso il 30% dei consumi delle famiglie che garantiscono 62 milioni di euro l’anno di entrate nelle Marche. Siamo la parte terminale della lunga filiera del cibo, la filiera agroalimentare, a cui ogni anno garantiamo acquisti importanti. Siamo parte fondamentale dell’identità italiana, ragione primaria per il turismo e componente del vantaggio competitivo del Made in Italy, il primo motivo per cui i turisti stranieri scelgono di tornare nel nostro Paese. Eppure, #siamoaterra”. Composte ma determinate le presenze degli operatori che hanno ribadito l’importanza di essere responsabili di fronte ad una tragica emergenza sanitaria e proprio per questo il settore si è adoperato quasi totalmente per garantire la sicurezza ai clienti. Da mesi però viene utilizzata la sconfortante definizione di attività “non essenziali” ogni volta in cui la situazione si complica. Eppure, tutte le attività economiche sono essenziali quando producono reddito, occupazione, servizi. E tutte le attività sono sicure se garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari assegnati. “E noi li abbiamo applicati” ripetono gli imprenditori “accollandoci spesso costi importanti e responsabilità spinose”. A quasi otto mesi dal primo lockdown non c’è ancora la giusta considerazione di alleati dell’ordine pubblico e non viene riconosciuto il giusto valore sociale divenendo un capro espiatorio di socialità per controlli che mancano e misure di organizzazione che fanno difetto. “Ci sfibra l’incertezza e ci demotiva l’instabilità, in un’insensata gara all’untore, e allora lo vogliamo dire con forza. Non siamo noi i responsabili della curva dei contagi. Noi non siamo il problema. Possiamo e vogliamo essere parte della soluzione! #siamoaterra ma non ci arrendiamo ne abbiamo intenzione di farlo. Lo diciamo con il pensiero che va agli amici e colleghi che hanno chiuso definitivamente e a quelli che si sono tolti la vita o hanno perso la voglia di viverla. Oggi siamo in piazza anche per loro, per dire a tutti voi e a tutti noi che un’altra strada è possibile. Anche per loro, noi ci vogliamo rialzare”. Di fronte ai provvedimenti urgenti del Governo la categoria non vuole essere disfattista e vengono apprezzati gli impegni espressi ma dopo mesi di burocrazia esigiamo che arrivino non presto, ma subito. La speranza è che arrivino accompagnati da interventi di mitigazione dei costi a partire da interventi sulle locazioni, dal prolungamento degli ammortizzatori sociali e dalla cancellazione di impegni fiscali e sulle moratorie dei pagamenti. Gli indennizzi al settore sono un atto dovuto, non una misura compensativa: nulla può compensare la negazione del diritto al lavoro. Queste misure sono necessarie per rimetterci in piedi. Chiediamo con forza che si renda giustizia ad un settore che oggi è sì a terra, ma che vuole tornare a correre sulle sue gambe. Lo chiediamo per la storia delle nostre imprese, per il presente delle nostre famiglie, ma soprattutto per il futuro dei nostri figli, delle nostre città e del nostro Paese.